Nel 1977, la NASA lanciò nello spazio due sonde contenenti 115 immagini (e una di calibrazione che dovrebbe servire a decodificare le altre) destinate a raccontare il nostro pianeta a un’ipotetica civiltà aliena.
Voyager SNC rivisita quell’impresa in chiave personale e ironica.
A differenza del messaggio della NASA inviato a nome di tutta l’umanità, questo è il messaggio di un singolo individuo che racconta l’umanità a modo proprio. Il mittente e i destinatari non si conoscono: il mittente scrive da un luogo imprecisato (SNC significa “senza numero civico”); i destinatari sono persi nello spazio, ma potrebbero scoprire qualcosa attraverso le immagini e la lettera che le accompagna, se riusciranno a decifrarla.
Immaginando queste foto come un vero e proprio viaggio nello spazio interstellare, il progetto suggerisce che questa capsula contiene una sorta di sospensione temporale. Voyager SNC ci dice che, alla fine, la destinazione è solo un pretesto per intraprendere un viaggio, e che la bellezza di un viaggio interstellare interminabile e solitario simboleggia l’eterna ricerca di qualcosa che, anche se spaventa, va oltre il semplice raggiungimento di una meta.
Siamo già a bordo di un’astronave: è il nostro pianeta, raffigurato nelle immagini. Con un tono giocoso, quest’opera esplora lo scorrere del tempo, ricordandoci che la cosa più importante è non prendersi troppo sul serio perché tutto è fugace.















